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Nella mia attività di naturopata e nella relazione d’aiuto incontro ogni giorno persone che stanno attraversando momenti di grande fragilità.

Negli ultimi tempi, però, c’è una frase che mi viene riportata con una frequenza che mi preoccupa.

Persone che stanno affrontando una malattia importante, come ad esempio quella oncologica, mi raccontano di essersi sentite dire da operatori del mondo olistico, appartenenti alle discipline più diverse, che la loro malattia sia, in fondo, una conseguenza del fatto di non aver lavorato abbastanza su sé stesse, di non aver risolto alcuni conflitti interiori o di non essere riuscite a superare determinati blocchi emotivi.

Ogni volta che ascolto questi racconti ne rimango profondamente colpita. Perché una persona che sta già affrontando il peso della malattia non dovrebbe essere costretta a portare anche il peso della colpa.

Credo che questo sia uno degli errori più gravi che si possano commettere nella relazione d’aiuto.

Esiste una differenza sostanziale tra accompagnare una persona nella ricerca di un significato e attribuirle la responsabilità della propria malattia.

Nel mio percorso di studio e nella mia esperienza professionale ho imparato che mente, corpo e dimensione interiore sono profondamente connessi. La letteratura contemporanea, dalle neuroscienze alla Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), fino alla psico-oncologia, descrive un dialogo continuo tra i sistemi che costituiscono la Persona. Questa complessità, però, non può e non deve mai essere semplificata fino a trasformarsi nell’idea che una persona sia responsabile della propria malattia.

Nel mio libro, “Omeopatia. Il valore del benessere integrativo nelle mani di tutti”, ho cercato di esprimere questa visione attraverso il concetto di sincronicità.

La mente può farsi eco dell’espressione più diretta e meno mediata della nostra dimensione più profonda. Corpo, mente e interiorità non sono legati da un semplice rapporto di causa ed effetto, ma possono partecipare contemporaneamente allo stesso evento esistenziale.

Per questo mi riconosco molto di più in una visione di contemporaneità di tempo e di senso che non in una lettura lineare della malattia.

Come ho scritto nel mio libro: «La malattia diventa essa stessa interprete di un passaggio differente, di una trasformazione da uno stato a un altro. Malattia, dunque, come possibilità di osservare nel profondo di ognuno di noi e guardare ciò che accade durante l’evento sincronico tra mente e corpo.»

Non credo che una persona si ammali perché non ha saputo vivere un’emozione.

Non credo che la malattia sia la conseguenza di una crescita personale incompiuta.

Credo piuttosto che, in alcuni momenti della vita, la Persona si esprima simultaneamente attraverso linguaggi differenti.

Il corpo è uno di questi linguaggi.

La mente è uno di questi linguaggi.

Le emozioni sono uno di questi linguaggi.

La nostra interiorità è uno di questi linguaggi.

La malattia può diventare l’espressione di un passaggio, di una trasformazione, di qualcosa che chiede di essere visto.

Può offrirci l’occasione di osservare aspetti di noi che fino a quel momento non eravamo riusciti a riconoscere.

Ma questa possibilità di dare un significato a ciò che viviamo non coincide mai con l’idea di esserne colpevoli.

Ed è proprio questa distinzione che, a mio avviso, fa la differenza tra una relazione d’aiuto autentica e una relazione che rischia, inconsapevolmente, di aumentare la sofferenza della Persona.

Per me accompagnare qualcuno vuol dire fare esattamente il contrario: alleggerirlo dal senso di colpa, offrirgli uno spazio “sacro” di ascolto, di comprensione e di dignità e  aprire nuove possibilità di consapevolezza.

Ogni disciplina che si occupa della Persona non dovrebbe mai dimenticare che la colpa non cura ma ferisce.

— Stefania Campanelli —

Autore

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