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Il Reiki: un ponte tra umanizzazione delle cure e medicina

La mia esperienza, la ricerca scientifica e il dialogo

a cura di Stefania Campanelli 

Negli ultimi mesi il Reiki è tornato al centro di un dibattito pubblico che coinvolge professionisti sanitari, operatori del benessere, associazioni, giornalisti e cittadini.

Ritengo che questo confronto possa rappresentare un’opportunità preziosa, purché venga affrontato con rigore, equilibrio e rispetto reciproco.

Per questo desidero condividere la mia esperienza personale, maturata negli anni come naturopata, master Reiki e fondatrice di Therapeia, ma soprattutto come volontaria che ha avuto il privilegio di accompagnare molti pazienti durante il loro percorso di malattia all’interno dell’Ospedale di Pesaro.

Le mie riflessioni non sono un punto d’arrivo, ma un tratto di strada condiviso. La verità, soprattutto quando riguarda l’esperienza umana della cura, somiglia più a un orizzonte che a un traguardo: ci orienta, ci invita a camminare, ma non si lascia possedere da un unico sguardo. Per questo desidero offrire il mio contributo affinché il dialogo possa svilupparsi su basi corrette, distinguendo ciò che appartiene alla ricerca scientifica, ciò che appartiene alla tradizione del Reiki e ciò che deriva dall’esperienza diretta maturata accanto alle persone.

Il Reiki nella mia visione

Nella mia esperienza il Reiki rappresenta una filosofia integrativa della Persona.

Quando parlo di integrazione non intendo sostituire la medicina convenzionale, bensì riconoscere che ogni persona vive contemporaneamente una dimensione fisica, emotiva e relazionale. Per questo considero il Reiki uno strumento di sostegno umano, mai alternativo alle cure mediche.

Durante il trattamento le mani dell’operatore si posizionano delicatamente sul corpo oppure a pochi centimetri di distanza, in corrispondenza di specifiche aree che, secondo la tradizione del Reiki, sono collegate ai chakra, considerati centri di organizzazione dell’energia vitale.

Nel Reiki si fa spesso riferimento anche ai meridiani descritti dalla medicina tradizionale cinese come canali attraverso cui scorrerebbe l’energia vitale. Pur appartenendo a tradizioni culturali differenti — i chakra alla cultura yogica indiana e i meridiani alla medicina tradizionale cinese — questi concetti vengono utilizzati insieme come modello di lettura dell’equilibrio energetico della Persona.

La Persona può percepire calore, rilassamento e una sensazione di benessere; spesso migliora lo stato emotivo, l’apparato muscolare si distende e la tensione interiore si allenta in modo graduale.

Nella mia esperienza ho osservato frequentemente un progressivo rilassamento del volto e del corpo, una respirazione più regolare e una riduzione della tensione emotiva.

Molte persone mi hanno raccontato di percepire un calore benefico provenire dalle mani o una sensazione di armonizzazione con il proprio respiro. Altre chiedevano spontaneamente di soffermarmi nelle aree dove avvertivano maggiore dolore, riferendo una percezione soggettiva di sollievo. Altre ancora che vivevano stati d’ansia mi hanno descritto una maggiore capacità di affrontare con serenità i giorni successivi alle terapie e, più in generale, il proprio percorso di cura.

Queste osservazioni appartengono alla mia esperienza come operatrice del benessere e rappresentano le testimonianze delle persone che ho accompagnato negli anni. Non costituiscono una dimostrazione scientifica dell’efficacia del Reiki sulle patologie, ma descrivono l’esperienza soggettiva vissuta da chi ha scelto di affiancare questo trattamento complementare al proprio percorso terapeutico.

La mia visione del Reiki attraverso l’imposizione delle mani

Il Reiki che pratico si fonda su una presenza consapevole accanto alla persona e non sull’idea di canalizzare forze o entità spirituali. L’imposizione delle mani rappresenta per me un gesto di ascolto, di vicinanza e di accompagnamento, inserito all’interno di un percorso di rilassamento che comprende il respiro consapevole, la meditazione, il silenzio, talvolta una musica rilassante e semplici visualizzazioni.

Durante questo stato di calma e di concentrazione, sia chi riceve sia chi accompagna possono sperimentare normali risposte fisiologiche. È noto, infatti, che il rilassamento favorisce l’attivazione del sistema nervoso parasimpatico, con una riduzione della tensione muscolare, un rallentamento della frequenza cardiaca e respiratoria e un aumento della circolazione periferica. Anche il calore che spesso si percepisce nelle mani può essere spiegato come una naturale conseguenza di questi meccanismi fisiologici, legati alla vasodilatazione e al maggiore afflusso di sangue alle estremità.

Per questo motivo, non sento la necessità di attribuire tale esperienza al passaggio di un’energia di natura soprannaturale. Il valore del trattamento, nella mia esperienza, risiede soprattutto nella qualità della relazione, nella presenza autentica, nell’ascolto e nella capacità di offrire alla persona uno spazio protetto in cui rallentare, respirare profondamente e ritrovare uno stato di maggiore Ben-essere e serenità.

Questa è la prospettiva con cui vivo e insegno il Reiki: una pratica di accompagnamento alla persona che valorizza il contatto umano, la consapevolezza e il rilassamento, senza ricorrere a interpretazioni di tipo medianico o di canalizzazione spirituale.

L’esperienza nella Stanza del Benessere

L’esperienza maturata presso la Stanza del Benessere dell’Ospedale di Pesaro ha rappresentato, per me, la conferma di quanto sia importante affiancare alla qualità delle cure anche la qualità della relazione.

La Stanza del Benessere non era nata per curare ma per accogliere e accompagnare la Persona. Era uno spazio in cui il paziente poteva rallentare, sentirsi ascoltato, recuperare qualche momento di serenità durante un percorso terapeutico spesso lungo e faticoso.

In questo contesto il Reiki non sostituiva alcuna terapia oncologica. Affiancava il percorso sanitario contribuendo, quando la persona lo desiderava, a creare condizioni favorevoli al rilassamento.

L’esperienza vissuta dalle persone che ho accompagnato, racconta quanto il Ben-essere percepito possa diventare un elemento importante nel modo in cui si affronta il percorso terapeutico.

Alla luce del percorso umano e professionale che ho vissuto continuo a considerare il Reiki uno strumento complementare di sostegno umano, capace di contribuire al miglioramento della qualità della vita senza mai sostituire il percorso diagnostico-terapeutico stabilito dai professionisti sanitari.

Reiki e ricerca scientifica

Ad oggi non esistono evidenze scientifiche conclusive che dimostrino l’efficacia clinica del Reiki nel trattamento di specifiche patologie.

È una posizione che ho sempre sostenuto pubblicamente, anche durante un convegno sull’Umanizzazione delle Cure, rivolto a medici e professionisti sanitari, svoltosi a Pesaro. In quell’occasione ho scelto consapevolmente di dedicare il mio contributo al tema, Il Reiki in reparto: valorizzare il tempo del paziente oncologico, adottando esclusivamente il linguaggio della medicina basata sulle evidenze. Una scelta precisa, volta a favorire il dialogo serio e costruttivo con il mondo sanitario, nel pieno rispetto dei ruoli, delle competenze del percorso di cura.

Ho illustrato la letteratura scientifica disponibile attraverso PubMed, la principale banca dati internazionale di letteratura biomedica, insieme alle revisioni della Cochrane Collaboration, tra i principali riferimenti internazionali nella valutazione critica delle evidenze scientifiche.

La letteratura oggi mostra risultati incoraggianti soprattutto riguardo ad aspetti quali:

  • riduzione dello stress percepito;
  • miglioramento dello stato di rilassamento;
  • diminuzione dell’ansia in alcuni contesti;
  • possibile supporto nella qualità della vita durante percorsi terapeutici complessi.

Allo stesso tempo gli stessi autori sottolineano che gli studi disponibili sono ancora numericamente limitati e spesso caratterizzati da metodologie eterogenee.

La conclusione della ricerca non è quella di interrompere gli studi sul Reiki ma, al contrario, di proseguire con studi clinici randomizzati più ampi e metodologicamente più rigorosi, capaci di valutare sia gli aspetti soggettivi del benessere sia parametri oggettivi prima e dopo il trattamento.

Questo è un punto fondamentale, che ritengo debba essere comunicato con correttezza: la ricerca non conferma oggi un’efficacia terapeutica del Reiki sulle patologie, ma non esclude l’interesse scientifico verso questa disciplina. Al contrario, invita a continuare ad approfondirla attraverso studi sempre più rigorosi, affinché sia possibile comprendere con maggiore precisione quali benefici possa offrire come pratica complementare nei percorsi di cura.

Il calore nelle mani durante la meditazione nel Reiki: una sintesi scientifica

Il calore percepito nelle mani durante la meditazione è un’esperienza comune e trova una spiegazione coerente nella fisiologia umana. Durante la pratica meditativa, infatti, il sistema nervoso autonomo passa progressivamente da una predominanza del sistema simpatico (stato di allerta) a quella del sistema parasimpatico (stato di rilassamento). Questo cambiamento produce effetti biologici misurabili.

Il principale meccanismo coinvolto è la vasodilatazione periferica: il rilassamento della muscolatura liscia dei vasi sanguigni aumenta il flusso di sangue verso mani e piedi, determinando un incremento della temperatura cutanea. Parallelamente diminuiscono i livelli degli ormoni dello stress, come adrenalina e cortisolo, favorendo una distribuzione più uniforme del calore corporeo anche alle estremità.

La meditazione aumenta inoltre la consapevolezza somatosensoriale. L’attenzione focalizzata sul respiro e sulle sensazioni corporee rende più evidente la percezione di stimoli normalmente presenti ma poco avvertiti nella vita quotidiana. Le mani, particolarmente ricche di recettori nervosi e termici, rappresentano una delle aree in cui questo fenomeno risulta più intenso.

L’aumento della temperatura delle mani è un fenomeno così stabile e misurabile da essere utilizzato nel biofeedback termico, tecnica clinica impiegata per monitorare e allenare la risposta di rilassamento attraverso la registrazione della temperatura periferica.

Nel contesto del Reiki, il calore percepito dal praticante e talvolta anche dal ricevente viene interpretato dalla medicina e dalle neuroscienze come il risultato della stessa risposta fisiologica. Lo stato di calma, concentrazione e intenzionalità favorisce l’attivazione parasimpatica e la vasodilatazione, con conseguente aumento della temperatura dei palmi.

Una volta riscaldate, le mani emettono naturalmente una maggiore quantità di radiazione infrarossa, come qualsiasi corpo caldo. Quando vengono avvicinate o appoggiate sul corpo di un’altra persona, il normale scambio di calore per conduzione e irraggiamento può essere percepito chiaramente da entrambi.

Durante gli stati meditativi si osservano inoltre modificazioni dell’attività cerebrale, con una maggiore presenza di onde alfa e theta, associate al rilassamento e all’attenzione focalizzata. Questi stati sembrano aumentare la sensibilità alle informazioni provenienti dal corpo, amplificando la percezione del calore e delle altre sensazioni tattili.

Dal punto di vista delle tradizioni orientali, il calore nelle mani viene invece interpretato come manifestazione dello scorrimento del Qi o del Prana, l’energia vitale che attraverserebbe il corpo, e come attivazione di specifici punti energetici, quali il Lao Gong (PC8), situato al centro del palmo.

Questa interpretazione appartiene ai modelli teorici della medicina tradizionale cinese e delle discipline energetiche.

Ad oggi, la scienza ufficiale riconosce e documenta i fenomeni fisiologici che accompagnano queste esperienze — vasodilatazione, aumento della temperatura cutanea, modificazioni dell’attività del sistema nervoso autonomo e maggiore consapevolezza corporea — ma non dispone di prove sperimentali che confermino l’esistenza di un’energia vitale universale, dei meridiani energetici o di un trasferimento di energia terapeutica come descritto nelle tradizioni del Reiki. I benefici riportati dai praticanti e dai riceventi vengono generalmente attribuiti alla combinazione di rilassamento profondo, contatto umano, relazione terapeutica, aspettative positive ed effetti psicofisiologici ben documentati.

Il dialogo tra professionisti

La Persona è sempre più grande della malattia che attraversa.

L’evoluzione dei modelli di cura ci invita a superare una visione frammentata dell’assistenza, favorendo un approccio interdisciplinare nel quale competenze diverse collaborano nel rispetto dei rispettivi ambiti professionali. In questa prospettiva il medico, l’infermiere, lo psicologo, il fisioterapista, il professionista sanitario e l’operatore del benessere possono contribuire, ciascuno nel rispetto del proprio ruolo, alla costruzione di un percorso realmente integrato.

L’umanizzazione delle cure non nasce dalla contrapposizione tra saperi, ma dalla loro capacità di dialogare.

Ogni professionista possiede competenze specifiche che diventano ancora più efficaci quando vengono poste al servizio di un progetto comune.

Il fulcro non è la disciplina, è la Persona.

Quando il paziente viene considerato nella sua globalità, anche la qualità della relazione terapeutica cambia.

Il dialogo tra competenze differenti permette infatti di comprendere meglio il valore della Persona in un concetto di corpo inteso come luogo in cui si intrecciano esperienze, emozioni, vissuti, abitudini e automatismi fisici e mentali. L’obiettivo non è uniformare i diversi linguaggi professionali, ma renderli capaci di comunicare tra loro.

In seguito al dibattito sulla possibilità o meno di far entrare il Reiki in ambito sanitario, sto osservando un crescente interesse intorno all’argomento.

Intervengono associazioni, scuole, enti di formazione, Master Reiki, operatori del benessere, professionisti sanitari e numerose persone che, a vario titolo, desiderano offrire il proprio contributo al dibattito.

Ritengo che questo sia un segnale positivo. Ogni confronto, se condotto con serietà e rispetto, rappresenta infatti un’occasione di crescita culturale e professionale.

Proprio per questo motivo credo sia importante ricordare che il mondo del Reiki non è rappresentato da un’unica organizzazione, da un solo orientamento o da un’unica interpretazione.

Esistono scuole, associazioni e percorsi formativi differenti, ciascuno con la propria storia, il proprio metodo, il proprio codice etico e la propria impostazione culturale.

Come accade in molti altri ambiti disciplinari, ogni realtà è libera di esprimere il proprio pensiero e di promuovere il proprio modello formativo. Tuttavia, è importante distinguere ciò che rappresenta la posizione di una singola organizzazione da ciò che può essere attribuito, più in generale, alla tradizione del Reiki.

Per questo motivo invito sempre a non fermarsi a un’unica fonte di informazione. Leggere uno statuto, conoscere chi parla, comprendere le finalità di un’associazione, distinguere tra opinioni personali, orientamenti associativi, tradizione del Reiki e risultati della ricerca scientifica rappresenta un esercizio di responsabilità e di consapevolezza.

Allo stesso modo ritengo importante distinguere anche i diversi livelli del dibattito.

Da una parte vi è la tradizione filosofica e culturale del Reiki, dall’altra vi è la ricerca scientifica, che segue criteri metodologici rigorosi e che continua a studiare questa disciplina con l’obiettivo di comprenderne meglio i possibili effetti.

Infine, vi è l’esperienza diretta degli operatori e delle persone che scelgono liberamente di donare e ricevere un trattamento.

Sono tre piani differenti. Confonderli significa generare equivoci. Distinguerli permette invece di favorire un confronto serio, rispettoso e costruttivo.

La mia formazione giuridica, maturata attraverso gli studi in giurisprudenza, mi ha insegnato il valore della responsabilità e del diritto a una corretta informazione. Questo significa  presentare i fatti con equilibrio, senza creare aspettative irrealistiche, ma anche senza alimentare pregiudizi. Solo così è possibile contribuire a una cultura del dialogo, del rispetto reciproco e della libertà di scelta informata.

Reiki: distinguere tra interpretazioni teologiche e tradizione della disciplina

Nel dibattito pubblico è importante distinguere tra la descrizione della tradizione del Reiki e le interpretazioni che di essa possono essere formulate da singole istituzioni religiose o culturali.

Alcuni documenti di carattere teologico, come quelli dell’Associazione Internazionale degli Esorcisti, interpretano il Reiki come una forma di channeling o di canalizzazione spirituale. Si tratta di una valutazione che appartiene al discernimento proprio di quella realtà ecclesiale e che riguarda il rapporto tra tale pratica e la fede cattolica.

Questa interpretazione, tuttavia, non coincide con la descrizione storica del Reiki né rappresenta l’insieme degli orientamenti che oggi convivono all’interno di questa disciplina. Il panorama del Reiki, come già riportato precedentemente, è infatti caratterizzato da una pluralità di scuole e impostazioni, alcune delle quali attribuiscono una maggiore centralità alla dimensione spirituale, mentre altre adottano un approccio prevalentemente filosofico, educativo o orientato al benessere della persona. Le considerazioni qui esposte si riferiscono a questi ultimi orientamenti, che non interpretano il Reiki come pratica spiritistica, né come forma di medianità o di canalizzazione di spiriti.

Nella tradizione giapponese riconducibile a Mikao Usui*, il termine Reiki è composto dai caratteri Rei e Ki. Nella più diffusa interpretazione adottata dalla letteratura sul Reiki, Rei viene tradotto come “energia universale”, mentre Ki indica la forza o l’energia vitale propria di ogni essere vivente. In questa prospettiva, il trattamento viene descritto facendo riferimento a tali concetti, senza che ciò implichi necessariamente credenze religiose, pratiche spiritistiche o l’evocazione di entità spirituali.

Nel corso del tempo il Reiki ha conosciuto una diffusione transculturale e si è sviluppato attraverso numerose scuole e percorsi formativi, alcuni dei quali hanno accolto influenze filosofiche, spirituali o New Age. Per questo motivo non è corretto attribuire indistintamente a tutte le realtà che praticano Reiki le stesse credenze, gli stessi riferimenti culturali o le medesime modalità operative.

Tornando al principio di una corretta informazione è, dunque, importante distinguere il giudizio teologico espresso da una confessione religiosa dalla ricostruzione storica della disciplina, evitando generalizzazioni che rischiano di semplificare una realtà articolata e composta da orientamenti differenti. La distinzione tra questi diversi livelli rappresenta un presupposto fondamentale per favorire un confronto serio, rispettoso e basato sulla conoscenza dei fatti.

Il Reiki di Mikao Usui (clicca per saperne di più)

Il Reiki di Mikao Usui: una rilettura storica

Negli anni il Reiki è stato rivestito di un linguaggio sempre più spirituale, fino a far credere che fosse una pratica di canalizzazione di energie cosmiche, entità o poteri invisibili. Ma se torniamo alle fonti storiche, scopriamo una realtà molto diversa.

Storicamente, Mikao Usui (1865-1926) non era un medico, né un monaco cristiano, come è stato raccontato per molti anni in Occidente. Era un ricercatore, un uomo profondamente interessato alla natura umana, alla filosofia, alla meditazione e alle pratiche tradizionali giapponesi volte a coltivare salute, equilibrio e crescita personale.

Nel corso della sua vita studiò discipline filosofiche e contemplative del suo tempo, ma il metodo che sviluppò non nacque con l’intento di creare una nuova religione o una pratica di canalizzazione. Il suo obiettivo era offrire alle persone uno strumento semplice per ritrovare benessere, serenità e armonia attraverso la consapevolezza, la disciplina interiore e il contatto umano.

Storicamente, Usui non parlava di canalizzare energie cosmiche, entità spirituali o guide. Il suo era un metodo semplice, nato in Giappone all’inizio del Novecento, fondato su pochi elementi essenziali: respirazione, meditazione, principi etici e imposizione delle mani.

L’imposizione delle mani non aveva un significato mistico. L’idea era estremamente semplice: quando una parte del corpo soffre, si appoggiano le mani su quella zona con attenzione, calma e intenzione di alleviare il disagio. Era un gesto naturale, umano, che aiutava la persona a rilassarsi e a ritrovare un equilibrio, senza parlare di poteri speciali o di energie soprannaturali.

Anche i simboli, oggi considerati da molti l’essenza del Reiki, probabilmente non furono inventati da Usui né gli furono “rivelati”. Le ricerche storiche mostrano che erano già presenti nella tradizione buddhista giapponese e nella cultura del suo tempo. È molto probabile che li abbia utilizzati come strumenti didattici e di concentrazione per accompagnare il percorso degli allievi, non come la fonte di un potere invisibile.

Con il passare degli anni, soprattutto dopo l’arrivo del Reiki in Occidente, il metodo è stato reinterpretato e arricchito di concetti che non appartengono alle fonti originarie: canalizzazioni, angeli, guide spirituali, chakra, frequenze, attivazioni e numerosi simboli aggiunti nel tempo.

Quando torniamo alla storia, scopriamo invece un messaggio molto più semplice e, forse proprio per questo, molto più potente. Il contatto, la presenza e l’intenzione sono strumenti profondamente umani. Una mano appoggiata con rispetto, ascolto e consapevolezza può favorire il rilassamento, calmare il sistema nervoso e creare le condizioni affinché il corpo attivi le proprie capacità di autoregolazione.

Forse il vero insegnamento di Mikao Usui non era quello di insegnarci a cercare qualcosa fuori da noi, ma di riscoprire ciò che abbiamo sempre avuto: la presenza, l’ascolto e il contatto.

Perché le nostre mani non hanno bisogno di trasmettere energia. Hanno bisogno di trasmettere presenza. Ed è proprio nella qualità di quella presenza che il corpo ritrova le condizioni per fare ciò che sa fare da sempre: cercare il proprio equilibrio.

Forse la cura non nasce dal mistero. Nasce dalla relazione. E questa, a mio avviso, è l’eredità più preziosa che Mikao Usui ci ha lasciato.

Una riflessione finale

L’esperienza vissuta all’interno dell’Ospedale di Pesaro mi ha insegnato che il centro del percorso di cura non è una disciplina, una tecnica o una professione: il centro è sempre la Persona.

La malattia coinvolge il corpo, ma coinvolge anche la vita, le relazioni, le paure, le speranze e il modo in cui ciascuno affronta il proprio percorso terapeutico. Per questo ritengo che umanizzare le cure significhi riconoscere ogni persona nella sua interezza, senza ridurla alla sola diagnosi.

La medicina svolge un ruolo fondamentale e insostituibile nella diagnosi, nella terapia e nella gestione della malattia. Accanto ad essa possono trovare spazio, quando il paziente lo desidera e all’interno di contesti appropriati, interventi complementari orientati al Ben-essere, all’ascolto e al miglioramento della qualità della vita, sempre nel pieno rispetto delle competenze dei professionisti sanitari e senza alcuna sostituzione delle cure mediche.

Quando il sapere scientifico, le competenze medico-sanitarie e gli approcci complementari rivolti al Ben-essere dialogano con chiarezza di ruoli, responsabilità e obiettivi, si crea un contesto nel quale il paziente non viene considerato soltanto attraverso la sua patologia, ma accolto nella complessità della sua esperienza umana.

Credo che sia proprio questa la direzione verso cui vale la pena continuare a lavorare: promuovere un confronto aperto tra le diverse competenze, fondato sul rigore scientifico, sulla libertà della ricerca, sul rispetto delle evidenze disponibili e sulla centralità della Persona. Un dialogo che non contrappone, ma integra ciò che può contribuire, in modo appropriato e responsabile, al Ben-essere e alla qualità della vita.

L’umanizzazione delle cure non chiede alla scienza di fare un passo indietro. Chiede a tutti noi di fare un passo avanti nella capacità di vedere, oltre la malattia, la Persona.

Il mio ruolo di naturopata in relazione al Reiki

Il Reiki rappresenta una delle discipline che un naturopata può scegliere di integrare nella propria pratica professionale. Comprendere il suo ruolo aiuta a contestualizzare il Reiki all’interno di un approccio più ampio alla promozione del Ben-essere.

La figura del naturopata nasce dalla convinzione che il Ben-essere della Persona non dipenda esclusivamente dall’assenza di una malattia, ma dall’equilibrio tra le diverse dimensioni che la caratterizzano: il corpo, la mente, le emozioni, le relazioni, l’ambiente e lo stile di vita.

Il naturopata accompagna la Persona in un percorso di maggiore consapevolezza di sé e delle proprie abitudini, favorendo scelte orientate alla salute e alla qualità della vita. Il suo lavoro si colloca nell’ambito della prevenzione e dell’educazione al Ben-essere e non appartiene all’esercizio delle professioni sanitarie.

Per questo motivo non effettua diagnosi, non prescrive terapie né farmaci e non interviene nella cura delle patologie, competenze che spettano esclusivamente ai professionisti sanitari. Il suo contributo consiste nell’offrire strumenti e percorsi che aiutino la persona a ritrovare un equilibrio attraverso uno stile di vita più consapevole e rispettoso della propria individualità.

La naturopatia considera ogni individuo unico. Non propone percorsi standardizzati, ma valorizza l’ascolto, la relazione e la personalizzazione degli interventi. Alimentazione, gestione dello stress, tecniche di rilassamento, pratiche corporee e altri strumenti delle discipline bionaturali diventano occasioni per sostenere il benessere della persona nella quotidianità.

Essere naturopata significa, prima di tutto, educare alla consapevolezza, offrire tempo all’ascolto, promuovere la cultura della prevenzione e accompagnare la persona a riscoprire il valore dei piccoli gesti quotidiani che contribuiscono al benessere e alla qualità della vita.

Alla base di questo approccio vi è una visione olistica dell’essere umano, che invita a non fermarsi al singolo sintomo, ma a considerare la persona nella sua complessità e nella continua interazione con il contesto in cui vive.

In questa prospettiva, la naturopatia non rappresenta un’alternativa alla medicina scientifica, bensì un ambito complementare dedicato alla promozione del benessere. Il dialogo e il rispetto delle competenze dei diversi professionisti costituiscono il presupposto fondamentale per mettere realmente la persona al centro.

Quando questo dialogo funziona, il paziente non si sente più costretto a scegliere tra approcci differenti, ma può beneficiare di una presa in carico più completa, rispettosa e umana.

È proprio questa l’idea di medicina integrativa che continuo a sostenere: una medicina capace di valorizzare il sapere scientifico e, allo stesso tempo, di riconoscere l’importanza della relazione, dell’ascolto e del Ben-essere della Persona.

Approfondimenti e bibliografia essenziale: Reiki e ricerca scientifica allo stato attuale delle evidenze

Negli ultimi vent’anni la ricerca scientifica sul Reiki ha progressivamente ampliato il proprio interesse nei confronti di questa pratica come possibile intervento complementare nell’ambito della medicina integrata. Numerosi studi clinici, revisioni sistematiche e meta-analisi hanno valutato il suo possibile impiego nella gestione del dolore, dell’ansia, dello stress e della qualità della vita, in particolare nei pazienti oncologici e nelle cure palliative.

È importante sottolineare che, allo stato attuale delle conoscenze, come già evidenziato in precedenza, la comunità scientifica concorda nel ritenere che le evidenze disponibili siano ancora limitate. Riporto qui di seguito le pubblicazioni di alcune riviste scientifiche indicizzate su PubMed che evidenziano risultati preliminari incoraggianti e raccomandano la prosecuzione della ricerca mediante studi clinici randomizzati controllati di maggiore qualità metodologica:

Principali revisioni sistematiche e studi clinici

Reiki for Depression and Anxiety – Joyce J., Herbison G.P. (2015)

Reiki for Depression and Anxiety

Cochrane Database of Systematic Reviews.

La revisione Cochrane rappresenta il principale riferimento internazionale sull’argomento.

Conclusioni degli autori

“There is insufficient evidence to say whether or not Reiki is useful for people with anxiety or depression.”

Gli autori evidenziano che gli studi disponibili sono ancora troppo pochi e metodologicamente eterogenei per consentire conclusioni definitive. La revisione non conclude che il Reiki sia inefficace, bensì che sono necessari ulteriori studi clinici rigorosi prima di poterne stabilire l’efficacia.

Lee M.S., Pittler M.H., Ernst E. (2008)

Lee M.S., Pittler M.H., Ernst E. (2008)

Effects of Reiki in Clinical Practice: A Systematic Review of Randomized Clinical Trials

International Journal of Clinical Practice.

Questa revisione sistematica ha analizzato gli studi randomizzati disponibili fino a quel momento.

Conclusioni degli autori

Gli autori rilevano:

  • alcuni risultati favorevoli;
  • campioni numericamente ridotti;
  • scarsa replicabilità;
  • qualità metodologica insufficiente.

Concludono pertanto che:

“The evidence is insufficient to suggest that Reiki is an effective treatment for any condition.”

Pur evidenziando tali limiti, gli autori raccomandano la realizzazione di studi randomizzati più ampi e metodologicamente più rigorosi.

Thrane S., Cohen S. (2014)

Effect of Reiki Therapy on Pain and Anxiety in Adults: An In-Depth Literature Review of Randomized Trials with Effect Size Calculations

Pain Management Nursing.

Questa revisione rappresenta uno dei lavori più approfonditi sugli effetti del Reiki in ambito clinico.

Conclusioni degli autori

L’analisi evidenzia:

  • segnali positivi nella riduzione del dolore;
  • miglioramento dell’ansia;
  • possibili benefici sul benessere generale.

Gli autori sottolineano tuttavia che:

  • il numero degli studi disponibili è ancora limitato;
  • sono necessari trial randomizzati con campioni più numerosi;
  • occorrono protocolli standardizzati per permettere confronti affidabili.
Billot M. et al. (2019)

Reiki Therapy for Pain, Anxiety and Quality of Life

BMJ Supportive & Palliative Care.

Questa revisione prende in esame gli studi riguardanti il Reiki nei pazienti con patologie croniche e oncologiche.

Conclusioni degli autori

L’analisi mostra risultati preliminari favorevoli relativamente a:

  • riduzione del dolore;
  • riduzione dell’ansia;
  • miglioramento della qualità della vita.

Gli autori affermano esplicitamente che tali risultati:

“…should encourage teams working in palliative care to conduct more studies.”

ovvero:

dovrebbero incoraggiare i gruppi che operano nelle cure palliative a proseguire la ricerca clinica mediante ulteriori studi.

Meta-analisi più recente (2025)

Effects of Reiki Therapy on Quality of Life: A Meta-analysis of Randomized Controlled Trials

Questa meta-analisi rappresenta una delle sintesi più aggiornate della letteratura scientifica disponibile.

Conclusioni degli autori

L’analisi mostra:

  • un piccolo ma statisticamente significativo miglioramento della qualità della vita;
  • benefici maggiori nei protocolli con trattamenti più intensivi.

Gli autori concludono che tali risultati necessitano di conferma attraverso ulteriori studi randomizzati controllati di elevata qualità metodologica, utili anche a chiarire i possibili meccanismi fisiologici coinvolti.

Studi clinici di particolare interesse

Birocco N. et al. (2011)

The Effects of Reiki Therapy on Pain and Anxiety in Patients Attending a Day Oncology and Infusion Services Unit

American Journal of Hospice & Palliative Medicine.

Studio italiano condotto su pazienti oncologici.

Sono stati osservati:

  • riduzione dell’ansia;
  • miglioramento del rilassamento;
  • miglioramento della qualità del sonno;
  • incremento del benessere percepito.

Gli autori concludono che il Reiki può rappresentare un utile intervento complementare di supporto ai pazienti oncologici, pur ribadendo la necessità di ulteriori conferme scientifiche.

Immediate Symptom Relief Through Reiki (2018)

Studio osservazionale condotto nell’arco di oltre cinque anni.

Sono stati osservati miglioramenti immediati relativamente a:

  • ansia;
  • affaticamento;
  • benessere generale.

Gli autori precisano tuttavia che tali risultati dovranno essere confermati attraverso studi controllati di maggiore qualità metodologica.

Esperienze ospedaliere italiane

Parallelamente alla ricerca scientifica, diversi ospedali italiani hanno introdotto il Reiki come intervento complementare nell’ambito della medicina integrata, prevalentemente con finalità di supporto al benessere del paziente e alla qualità della vita.

Tra le esperienze maggiormente documentate si ricordano:

  • Centro Oncoematologico dell’Azienda Ospedaliera San Giovanni Battista – Molinette di Torino, che nel 2003 ha avviato uno dei primi progetti pilota italiani successivamente confluiti nello studio pubblicato da Birocco e collaboratori.
  • Centro di Medicina Psicosomatica dell’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano, dove sono stati sviluppati percorsi di medicina integrata comprendenti anche il Reiki quale supporto nella gestione dello stress e del disagio emotivo.
  • Ospedale Versilia (Azienda Sanitaria Toscana), che ha inserito il Reiki tra gli interventi complementari destinati ai pazienti oncologici e alle cure palliative.
  • Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, nel quale sono stati sviluppati programmi di medicina integrata comprendenti anche trattamenti di supporto basati sul Reiki.

Queste esperienze rappresentano importanti esempi di integrazione assistenziale; tuttavia, nella maggior parte dei casi, si tratta di studi osservazionali o progetti pilota e non di trial randomizzati controllati.

Considerazioni conclusive

Ad oggi la letteratura scientifica non consente di affermare con certezza l’efficacia del Reiki come trattamento specifico per una determinata patologia. Tuttavia, negli ultimi vent’anni è aumentato il numero di studi clinici, revisioni sistematiche e progetti ospedalieri che ne hanno valutato il possibile ruolo come intervento integrato nella gestione del dolore, dell’ansia, dello stress e della qualità della vita.

Le principali revisioni della letteratura concordano nel ritenere che le evidenze disponibili siano ancora limitate dalla ridotta numerosità dei campioni e dalla qualità metodologica degli studi, raccomandando la realizzazione di ulteriori trial randomizzati controllati.

Parallelamente, numerosi centri ospedalieri, anche italiani, hanno sperimentato l’integrazione del Reiki nei percorsi di supporto ai pazienti, soprattutto in ambito oncologico e palliativo, riportando risultati preliminari favorevoli sul benessere percepito e sulla riduzione dell’ansia, pur senza poter attribuire a tali osservazioni un valore conclusivo di prova scientifica.

In questa prospettiva, il Reiki può essere considerato una pratica complementare il cui possibile contributo al benessere globale della persona continua a rappresentare un ambito di interesse per la ricerca scientifica contemporanea.

Bibliografia

  • Billot M., Daycard M., Wood C., et al. (2019). Reiki Therapy for Pain, Anxiety and Quality of Life. BMJ Supportive & Palliative Care.
  • Birocco N., Guillame C., Storto S., et al. (2011). The Effects of Reiki Therapy on Pain and Anxiety in Patients Attending a Day Oncology and Infusion Services Unit. American Journal of Hospice & Palliative Medicine.
  • Joyce J., Herbison G.P. (2015). Reiki for Depression and Anxiety. Cochrane Database of Systematic Reviews, Issue 4. CD006833.
  • Lee M.S., Pittler M.H., Ernst E. (2008). Effects of Reiki in Clinical Practice: A Systematic Review of Randomized Clinical Trials. International Journal of Clinical Practice, 62(6), 947–954.
  • Thrane S., Cohen S. (2014). Effect of Reiki Therapy on Pain and Anxiety in Adults: An In-Depth Literature Review of Randomized Trials with Effect Size Calculations. Pain Management Nursing, 15(4), 897–908.
  • Birocco N. et al. (2013). Immediate Symptom Relief Through Reiki in Hospitalized Patients: An Observational Study.
  • Effects of Reiki Therapy on Quality of Life: A Meta-analysis of Randomized Controlled Trials. (2025).

Fonti relative alla meditazione nel Reiki

  • Benson H. The Relaxation Response. HarperCollins, 1975.
  • Principles and Practice of Stress Management, Lehrer PM, Woolfolk RL, Sime WE (eds.). Guilford Press, 2007.
  • National Center for Complementary and Integrative Health. Evidence on Reiki and Biofield Therapies.
  • American Psychological Association. Research on meditation, stress physiology and autonomic regulation.
  • Cochrane. Revisioni sistematiche sulle terapie complementari e sul Reiki.
  • Tang YY, Hölzel BK, Posner MI. The neuroscience of mindfulness meditation. Nature Reviews Neuroscience, 2015.
  • Litscher G. Bioengineering assessment of Reiki and other biofield therapies. Diversi studi pubblicati su riviste di medicina complementare.

Nota dell’autrice

Le riflessioni contenute in questo documento nascono dall’esperienza maturata come naturopata, Master Reiki e fondatrice di Therapeia, dal volontariato svolto presso l’Ospedale di Pesaro e dallo studio della letteratura scientifica attualmente disponibile. Il testo intende favorire un dialogo rispettoso tra medicina, professioni sanitarie e discipline complementari, distinguendo con chiarezza le evidenze scientifiche dalle esperienze personali e dalla tradizione del Reiki.

Stefania Campanelli, naturopata 

Autore

info@gruppotherapeia.it

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